Di Martina Danieli

“Ho visto navi splendide lottare con tempeste feroci,
e ne ho viste alcune arrendersi e scomparire in onde alte come castelli.
Era come un duello. Bellissimo.
Ma l’Alliance, lei non ha potuto combattere.
Una fine silenziosa. C’era un grande mare, quasi piatto, tutt’intorno.
Il nemico ce l’aveva dentro, non davanti. E tutta la sua forza era niente, con un nemico così.
Ho visto molte vite naufragare in quel modo assurdo.
Ma navi mai.”[1]

Alessandro Baricco, Oceano Mare.

Il secondo dei tre capitoli – il capitolo centrale, il cuore – del romanzo di Alessandro Baricco, Oceano Mare, si intitola “Il ventre del mare”. E come in un gioco di scatole cinesi, “il ventre del mare” racchiude queste righe, che ne sono il centro, il ventre a loro volta. Tutta la potenza dell’immagine che il libro sprigiona è, a mio parere, racchiusa in queste parole. Come tessere ben incastrate di un mosaico, danno corpo alla narrazione di un naufragio che è metafora di naufragi altri, simbolo potente, porta aperta su scenari molteplici.

E tra i tanti modi in cui un naufragio si può leggere, in cui questo naufragio si può interpretare, mi piacerebbe sceglierne uno e, come tra i flutti, farvi passare attraverso.

Riavvolgiamo il nastro. Che cos’è Oceano Mare? È una favola anzitutto, ambientata in riva al mare. In una locanda sul mare, per la precisione: la locanda Almayer. Questa favola è evanescente, piena di simboli e di richiami e si stende davanti a noi lettori come la foschia sulla spiaggia in inverno. La locanda è abitata da personaggi le cui vite in qualche modo li riportano al mare. E nel mare tentano di trovare il loro centro e di risolversi. La distesa salata è qui, come comanda la sua morfologia, simbolo dell’equilibrio.

In questo tempo di fiaba perfettamente armonico irrompe però all’improvviso lo squilibrio.

Come una lama che divide il romanzo a metà arriva il tempo della Storia (maiuscola non casuale), con la spigolosità che la contraddistingue. Il secondo capitolo del romanzo di Baricco infatti, come in uno stacco cinematografico, ci trascina nel bel mezzo del naufragio dell’Alliance – nome di finzione per Meduse – la fregata francese che il 2 luglio del 1816 si arenò al largo delle coste della Mauritania, mentre era diretta in Senegal (da poco tornato colonia francese); la stessa nave la cui vicenda ispirò il quadro più celebre di Théodore Géricault, La zattera della Medusa.

Abbandonando la fiaba evanescente, è di questa storia che vorrei parlare. E di come abbia molto da dirci sul mondo di allora e su quello in cui viviamo: sul nostro Occidente, il nostro primo mondo, democratico, civile, etico; sulla carta il migliore dei mondi possibili.

La fregata, simbolo della potenza francese di inizio secolo, è protagonista di un dramma singolare: non è risucchiata dai flutti, ma si incaglia placidamente su un banco di sabbia a 160 km dalla costa. Gli ufficiali decidono che va abbandonata, ma gli uomini sono troppi per essere caricati sulle lance. Così viene costruita una zattera di fortuna sulla quale si consumerà un vero dramma umano: gli ufficiali e i marinai costretti a prendervi posto lotteranno per la sopravvivenza, l’uno contro l’altro, tutti contro i loro demoni interiori, la follia e la paura di non toccare più terra. Si arriva persino ad episodi di cannibalismo.

Nelle poche crude righe citate più sopra, Baricco ritaglia il momento in cui la nave, perduta, smette di navigare.

In questa imbarcazione, che procede verso le coste della colonia senegalese è un po’ racchiuso tutto il mondo occidentale dell’epoca, come in una miniatura. Prima di tutto c’è il comandante, Hugues Duroy de Chaumareys, imposto alla spedizione, nonostante l’inesperienza nella navigazione, membro di un’élite che vede sempre difesi i suoi diritti e non conosce meritocrazia; c’è il futuro governatore del Senegal, Schmaltz che è incarnazione stessa del privilegio ad ogni costo, anche di fronte alla morte: “lo calarono giù dalla murata di dritta [della nave] seduto nella sua poltrona. La poltrona di velluto e d’oro, e lui seduto sopra, impassibile. Li calarono giù come se fossero un’unica statua. Noi su quella Zattera, ancora ormeggiati all’Alliance, ma già a combattere col mare e la paura. E lui che scendeva (…) serafico come quegli angeli che vengono giù dal soffitto nei teatri di città.”[2] Aggiungiamo quattro ufficiali, il cartografo Correard e il medico Savigny e abbiamo la rappresentazione dell’intellighenzia e del mondo borghese francese (e occidentale) di quel periodo. I burocrati, i nobili per nascita, gli ufficiali dell’esercito, i funzionari d’apparato che si spartiscono i pochi privilegi e il diritto di decidere della vita e della morte di centinaia di persone. Loro sono i “degni di nota” che, persino su una zattera che odora già di morte, stanno al centro, nella posizione migliore, vicino alle scorte.

Dall’altra parte stanno i vinti. Prima fatti ubriacare a tradimento e poi sterminati in una mattanza. Infine, eliminati uno ad uno scientificamente, in modo quasi chirurgico. Thomas, voce del racconto “dal basso”, è uno di loro, “il più furbo”, secondo la definizione di Savigny e degli altri, che lo vorrebbero morto: i vinti, per i pochi che decidono e si spartiscono i diritti, dovrebbero sempre essere inconsapevoli.

È sorprendente come anche qui, in una zattera in mezzo all’oceano, gli uomini non sono già più uomini ma classi. La nascita decide i termini della morte, i gradi di un ufficiale stabiliscono che una vita, vale più di un’altra.  L’Europa patria dei diritti dell’uomo, che sta portando la civiltà ai “selvaggi” del continente africano, scopre il suo “cuore di tenebra”, trova qui l’essenza della sua presunta civiltà. I cannibali non sono più quelli che aspettano l’Alliance nascosti nelle foreste dell’entroterra africano, ma sono gli stessi membri d’equipaggio che la fame, improvvisamente, rende bestie.

I vinti sterminati sulla zattera per far bastare le scorte, sono gli stessi che vengono fucilati nelle piazze europee perché protestano per il rincaro del pane o per qualche libertà politica. Sono quelli che una bassa condizione sociale costringe a migliaia ad arruolarsi nell’esercito, per combattere le guerre di altri. Anche nel ventre del mare, che è il simbolo dell’equilibrio per eccellenza, l’uomo occidentale riesce a portare lo squilibrio. Ha il “selvaggio” davanti, ma lo nasconde anche nelle pieghe della sua società.

Baricco -tra le innumerevoli possibili letture del romanzo- ci consegna sulla zattera una lente per vedere la società occidentale avviata al progresso etico, trent’anni dopo il grido di libertà che è stata la Rivoluzione francese. La vediamo qui come fosse il modellino di una nave chiuso in una bottiglia, osservabile in tutti i suoi dettagli. Baricco è un maestro in questa operazione di isolamento, di riduzione di prospettiva: in Novecento lo scenario era quello della nave, più precisamente del transatlantico, isola in movimento che racchiude le essenze di tutto ciò che sta fuori; realtà perfetta perché finita, di fronte all’infinito del mondo (“la fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?” si chiede Novecento[3]). Qui, al posto della nave, c’è la zattera, ma il procedimento è lo stesso. L’uomo civile europeo, costretto entro confini minimi come sono quelli tra la prua e la poppa di un mezzo di fortuna, può guardarsi allo specchio e vedere il mostro. Un mostro fatto di pochi decisori e di una massa di ombre senza voce da sfruttare, di qua o di là dell’oceano.

Anche noi proviamo un po’ di inquietudine di fronte a questo spettacolo. Certo, ci sentiamo più sicuri nel nostro secolo di Onu e missioni umanitarie, di welfare e di scolarizzazione. Si può pensare che l’epoca della conquista coloniale, delle colonie penali e dei Miserabili sia così lontana. Siamo distanti da certi naufragi oggi: quel rumore di onde e quelle urla strazianti non si sentono più. L’incubo di finire tra quelli “rimasti fuori dalla scialuppa” non ci tormenta.

 Ne siamo davvero così convinti?

I naufragi veri, quelli tra i flutti del mediterraneo e di tutti i mari di frontiera, possono anche apparirci diversi da questo, fuori contesto, posso anche sembrarci cinicamente problema d’altri; ma ci sono naufragi che tutti i giorni abbiamo sotto i nostri occhi nelle nostre città, anche nelle comunità più piccole, sotto il nostro portone, davanti al nostro naso. Sono i naufragi di chi non ce la fa, delle categorie troppo deboli per reggere il passo del primo mondo liberista, delle persone che non hanno sgomitato per guadagnarsi la scialuppa e che nessuno ha salvato dalla zattera. E non tutti sono migranti arrivati qui su un barcone.

Il “naufragio sociale”, quello della terraferma, del nostro primo mondo sembra oggi  identico a quello dell’Alliance, due secoli fa.

Basta ad esempio una crisi economica per farci tornare a guardarci in cagnesco come gli inquilini della zattera della Medusa. Basta una pandemia per farci considerare che, in fondo, se i vecchi muoiono come mosche il mondo comunque può andare avanti, la perdita è necessaria; così per i poveri. Il clima ci mette in ginocchio e noi occidentali, così pochi, viviamo con l’80% delle risorse del pianeta -il nostro “cargo”[4]– come gli ufficiali sulla zattera, aggrappati alle poche scorte che sanno non bastare per tutti. Forse anche noi “primo mondo” siamo nel bel mezzo di un naufragio. Un nemico interno, l’inerzia, l’idea di essere l’unico mondo possibile, ci ha consumato.

Ci sono ancora un Savigny e un Thomas. E la scialuppa è sempre troppo piccola per tutti e due.

[1] BARICCO Alessandro, Oceano Mare, Milano, Feltrinelli 2007, p. 105.
[2] BARICCO Alessandro, Oceano Mare, Milano, Feltrinelli 2007, p. 106.
[3] BARICCO Alessandro, Novecento, Milano, Feltrinelli 2009, p.55.
[4] L’espressione cargo, come insieme di conoscenze tecniche e disponibilità di risorse naturali e culturali superiori a disposizione degli occidentali, si deve all’antropologo Jared Diamond, in Armi, acciaio, malattie (edizione Einaudi 2014).