Di Debora Scionti

Definire Nathaniel Hawthorne in poche parole è impossibile: si potrebbe cominciare citando la sua città natale Salem, teatro della famosa e barbarica caccia alle streghe, e considerare gli elementi gotici, paranormali, le allegorie folkloristiche e la rigorosità storica della sua America puritana riconducibili al profondo impatto che ha avuto questa città sulla sua bibliografia. Si potrebbe citare la sua importanza come scrittore di punta dei primi romanzi del rinascimento americano, della sua innovazione nell’approfondire la psiche femminile ponendola come martire e vittima sacrificale della repressione patriarcale della comunità puritana (l’indimenticabile adultera Hester Prynne del suo romanzo più famoso La Lettera Scarlatta) o scagionare una donna senza colpe nel momento in cui viene accusata di aver commesso azioni gravissime solo perché l’uomo si sente soggiogato dalla sua femminea ipnosi seduttiva (la rigorosa e misteriosa Miriam de Il fauno di marmo).

Una guida utile per destreggiarsi in questa vastità di temi è conoscere i punti focali del romanzo hawthorniano. L’autore separa le opere in due gruppi: le novel, il romanzo standard dove tutto è stabilito da un inizio e una fine con una trama lineare, e i romance, il suo genere per eccellenza, in cui l’immaginazione, i tumulti interni dei personaggi, gli eventi storici e quotidiani si fondono in un unico universo; così come la vita non è una linea retta, neanche un’opera d’arte lo è se si ispira alla vita dell’uomo. Tutti i romanzi di Hawthorne appartengono al gruppo delle romance.

Fra gli innumerevoli personaggi generati dalla sua penna e dal suo ingegno, questo articolo si concentrerà sul suicidio per annegamento di Zenobia, personaggio femminile principale ne Il romanzo di Valgioiosa (The Blithedale Romance) del 1852.

L’opera è ambientata a Valgioiosa, una comunità agraria di stampo socialista dove uomini e donne vivono in una condizione di equità sociale e si dividono compiti, vitto e alloggio. La comunità del romanzo è fonte di una vera esperienza autobiografica dell’autore presso la comunità autogestita ‘Book Farm’ a Roxbury. Le sue impressioni e i suoi ricordi vengono trasmutati e trasferiti nel narratore e protagonista maschile, il poeta romantico Miles Coverdale: l’opera comincia come un semplice resoconto del protagonista su Valgioiosa, tra impressioni e giudizi sommari sul luogo e sulle persone da lui incontrate con qualche breve cronaca dei piccoli misteri che coinvolgono tutta la comune. È verso la metà della storia che il lettore può rendersi conto che qualcosa non funziona ed è in quel momento che il romanzo esplode e decolla: un osservatore attento può notare come la narrazione di Coverdale è superficiale e frammentaria: i suoi giudizi da narratore onnisciente su casi e situazioni in cui si trova coinvolto non sono attendibili e sono spesso frutto di una sua errata interpretazione, a causa di una profonda carenza di analisi empatica di ciò che ha intorno, poiché è deciso a vedere le cose solo ed esclusivamente dal suo punto di vista, ergendosi a unico conoscitore delle vere intenzioni di tutte le persone che lo circondano. I suoi giudizi nei confronti del prossimo si rovesciano a seconda di come un personaggio gli si rivolge, come nel caso dell’ambiguo e calcolatore Hollingsworth, precedentemente malvisto e tenuto a distanza dal protagonista per poi trasformarsi in un eroe caritatevole nel momento esatto in cui quest’ultimo si prenderà cura di lui in un breve periodo di malattia. Tutto per Coverdale diviene positivo o negativo solo quando ha a che fare con lui e la principale vittima del suo narcisistico labirinto è Zenobia.

Zenobia è un personaggio di spicco della comunità: affascinante, acuta, benestante e bellissima è seriamente prodiga a portare avanti l’ideale di equità sociale della comunità di Valgioiosa. La donna parla poco di sé e del suo passato, ma questa cortina misteriosa si apre leggermente quando la donna parla degli uomini, mostrando un’amara rassegnazione alla solitudine: “Nei pochi anni che ho frequentato il mondo, son stata fatta segno a un discreto numero d’occhiate penetranti, ma mai, a ch’io mi sappia, di quella specie particolare che avete preso vezzo di scoccarmi. […] Che cosa state cercando di scoprire in me?”

Zenobia sembra all’apparenza rigida e intelligente a sufficienza da saper riconoscere cosa desidera il prossimo dalla sua persona. La donna carpisce l’alterigia di Coverdale e non perde occasione di apostrofarlo con sarcasmo: “Che ne pensate adesso di Priscilla, signor Coverdale? Non si merita un paio di versi?”. L’acume di quest’ultima spinge Coverdale a sviluppare un’ossessione per lei non di derivazione amorosa, ma più per un infantile senso di sfida. Deciso a volerla capire, Coverdale in realtà, da narratore inadeguato qual è, non coglie il vero stato d’animo della donna, poiché Zenobia prova sentimenti intensi, non per Coverdale, ma bensì per il misogino e senza scrupoli Hollingsworth.

Come tutti gli antagonisti dei romanzi hawthorniani, Hollingsworth non cela totalmente la sua indole, ma riesce a confonderla con slanci di istrionica finzione creandosi una fama di antieroe alternando lati caratteriali sia oscuri che luminosi. Zenobia lo ama e lo dice apertamente, senza vergogna, lui ricambia per puro interesse economico, abbandonandola nel momento esatto in cui viene a conoscenza che non può dargli il denaro che cerca, innamorandosi successivamente di Priscilla, un’angelica trovatella precedentemente accolta da Zenobia stessa nella comune.

Sentendosi raggirata e tradita dall’uomo che amava e dalla sua pupilla, la donna cade nella più cupa disperazione. Coverdale è in parte coinvolto in tutta la vicenda poiché testimone del dolore della donna e conoscitore di tutti i piani di Hollingsworth. Eppure, non agisce e non viene in soccorso a nessuno, limitandosi a descrivere dettagli di poca importanza. La cecità di Coverdale diviene complice della crudeltà di Hollingsworth, poiché Zenobia, come una simbolica sorella americana di Ophelia, si lascia morire buttandosi nel torrente di un fiume. Il paragone con Ofelia può essere letto non solo riconducendolo al fatto che entrambe hanno trovato la morte in acqua ma anche per un comune stato d’animo depressivo: trascurate e ingannate da chi le circondava e spoglie di tutto ciò che avevano, totalmente derubate da ogni forma d’amore, colpevoli di avvenenza e di purezza, scelgono di non esistere più piuttosto che sopportare l’idea di continuare a vivere una vita priva di tutto ciò per cui si sono sacrificate.

Saranno Hollingswoth e Silas Foster, la principale amministratrice di Valgioiosa e Coverdale a trovare il cadavere: “Avete lacerato il petto della poverina!” dirà Silas a Hollingsworth “Sia prima che dopo la sua morte!” condannandolo a un rimorso eterno. Coverdale non tornerà a Valgioiosa dopo il suicidio di Zenobia e fino alla fine non ammetterà di aver notato lo stato d’animo della donna, preferendo concentrarsi solo sul potere di narratore onnisciente che si è conferito accettando la realtà solo se conforme ai suoi interessi. Hawthorne si fa portavoce di un importante insegnamento: l’essere umano è disinteressato al dolore altrui anche quando è visibile e spesso vengono considerati importanti solo i dettagli ritenuti di proprio gusto o utili a nutrire il proprio egocentrismo: per Coverdale è stato più facile dipingere l’ambiente attorno a sé solo con frivolezze, in cui Zenobia è unicamente una bella donna elegante che a volte versa qualche lacrima, poiché, secondo il protagonista, sarebbe assurdo se una donna non piangesse affatto. Un mondo in cui tutti collaborano e sono divisi in buoni e cattivi a seconda di come si comportano con lui.

 

La suicida non è morta solo per la ferita inferta da Hollingsworth: è una vittima della superficialità e mancanza d’empatia altrui, quando lei di sensibilità e di generosità ne era munita e probabilmente ne aveva talmente tanta da essere in eccesso. Sembra inesistente la correlazione fra un suicidio e un naufragio essendo due situazioni che si escludono a priori. Un naufrago è colui che riesce fortuitamente a salvarsi da una calamità, eppure reputare l’azione di Zenobia non solo una scelta di morte ma un allontanamento verso un altrove diverso non è un’interpretazione così strampalata. L’eroina ha sempre scelto tutto per la vita che si era costruita, il mondo esterno conosceva solo quello che lei voleva che venisse saputo, infatti il suo fascino era proprio questo, quello di non avere una biografia prestabilita, ma un mistero composto da leggende, pettegolezzi e voci di corridoio. L’unica cosa che non riusciva ad includere nella sua esistenza era l’amore. Dagli uomini, Zenobia aveva conosciuto solo l’opportunismo e l’attrazione carnale ed era questo il suo più grande dolore: non essere mai stata amata come poteva ricambiare.

Nonostante la sua concezione matura del mondo nutriva una seria speranza che fosse Hollingsworth colui capace di ricambiare i suoi sentimenti: nel momento esatto in cui ha capito che per l’ennesima volta non è stato così, si è opposta al dolore. Ha scelto di naufragare altrove non volendo più esistere in un mondo in cui tradire e ingannare è socialmente accettato. Zenobia si è opposta per una vita alla misoginia, al patriarcato del matrimonio, ha appoggiato una comunità che si scontrasse contro lo squilibrio sociale e come ultima mossa, si è opposta a soffrire per la crudeltà altrui: non voleva vivere in un mondo in cui una persona che ama affonda annegando invece di galleggiare.

 

Bibliografia

N. Hawthorne, Romanzi, a cura di M. Bonsanti, Sansoni, Firenze, 1959.
S. Cullen, Godlike Knowledge:’ Light as Power in Hawthorne’s The Blithedale Romance, Kaleidoscope 6.1, 2014.