Di Sebastiano Valà

“– Zéro! – annunciò il croupier. – Vedi, vedi! – disse, volgendosi rapidamente verso di me, la nonna, raggiante. – Te l’avevo detto! È proprio il Signore che mi ha suggerito di puntare due marenghi! Via, quanto riceverò adesso? […] Signore Iddio! Siamo in ritardo! Adesso la fanno girare! Punta, punta! – diceva affannandosi la nonna, – ma spicciati, presto! – diceva fuori di sé, spingendomi con tutte le forze. – Ma su che cosa devo puntare, nonna?–. – Sullo zéro, sullo zéro! Di nuovo sullo zéro! Punta più che puoi! Quanto abbiamo in tutto? Settanta federici? È inutile lesinarli, metti venti federici alla volta.– – Tornate in voi, nonna! C’è caso che non esca duecento volte di seguito! Ve l’assicuro, perderete tutto quello che possedete! – […] – Le jeu est fait! – gridò il croupier. La ruota si fermò e uscì il trenta. Avevamo perduto tutto! – Ancora! Ancora! Ancora! Punta ancora! – gridava la nonna. Ormai non la contraddicevo più e, alzando le spalle, puntai ancora dodici federici. La ruota girò a lungo. La nonna tremava addirittura, seguendo con gli occhi la ruota. «Ma possibile che creda davvero di vincere con lo zéro?» pensai, guardandola con stupore. La fede assoluta di vincere splendeva sul suo viso, un’attesa infallibile che fra un attivo avrebbero gridato: zéro. La pallina balzò il una casella. – Zéro! – gridò il croupier. – Cosa!!! – gridò la nonna, volgendosi a me con gioia frenetica.

Anch’io ero giocatore; lo sentii proprio in quel momento. Le braccia e le gambe mi tremavano, sulla testa sentii come una mazzata.” (pp 88 – 91)

Coloro che hanno varcato almeno una volta le soglie di un casinò hanno sicuramente trovato familiari queste parole, evocando scene di giubilo e disperazione nella loro mente. È difficile spiegare, o anche solo   rendere solo l’idea a chi invece non l’ha mai sperimentato, quel turbinio di suoni, colori e sensazioni che vanno dalla rabbia alla gioia, dalla rassegnazione a un’impaziente trepidazione, che animano fino all’alba le sale da gioco. Tra le innumerevoli sfaccettature della realtà narrate nei suoi immortali libri, il celebre romanziere russo Fëdor Dostoevskij ha tentato l’impresa con Il Giocatore, pubblicato nel 1866. Lo scrittore ha dettato il romanzo ad Anna Grigor’evna Snitkina, che poi diventerà sua moglie, in poco meno di un mese riuscendo a consegnarlo all’editore appena in tempo, proprio perché aveva da saldare   dei debiti di gioco, da cui è stato dipendente durante la sua vita. L’argomento è infatti senza ombra di dubbio molto familiare all’autore, ma non per questo scade in un’autobiografia e, nonostante fosse stata scritto di fretta, l’opera è molto riuscita e si colloca a pieno titolo tra i capolavori della letteratura russa.

La storia è ambientata in una fittizia cittadina tedesca di nome Roulettemburg, famosa per le sorgenti termali e per il gioco d’azzardo. Il susseguirsi degli eventi si svolge davanti agli occhi del protagonista, Aleksej Ivànovic, giovane sveglio e audace che di mestiere fa il precettore dei bambini in una famiglia alquanto particolare: il capofamiglia è un generale russo, ormai decaduto, che di nobile ha solamente il titolo, persona anziana ma per nulla saggia, anzi pavida e timorosa. Sul lastrico da parecchio tempo, egli è spesso troppo attento nel mantenere il contegno e le apparenze dell’alto rango, che si sgretolano alla prime difficoltà e insicurezze. É innamorato follemente di mademoiselle Blanche, spregiudicata cortigiana francese dal passato oscuro, avida di denaro e interessata al generale nella misura in cui egli riesce a impadronirsi della famosa e cospicua eredità della grandiosa nonna. La figliastra del generale, Polina Aleksàndrovna, è bizzarra, eccentrica, maliziosa e a tratti arrogante. Aleksej ne è perdutamente innamorato senza che lei lo ricambi, si strugge e si prodiga per dimostrarle il suo amore fino a compiere azioni che potrebbero comprometterlo solo per divertimento personale di lei, tenendolo costantemente sotto scacco grazie alla sua magnetica presenza e alterigia. Attorno alla famiglia ruotano il servizievole e timido Mister Astley, ricco galantuomo inglese invaghito di Polina, che presta denaro agli altri, ricevendo in cambio solo cambiali, e il francese De Grieux, avido e cinico manipolatore che Polina ammira segretamente. Creditore del generale, egli aspetta solo la morte della nonna per pretendere e riscuotere la sua parte di eredità.

Anche se ognuno dei personaggi ha il suo personale interesse in gioco e cerca di perseguirlo con ogni mezzo, tutti attendono notizie da Mosca relative al destino della baboulinka (in russo, nonnina) che, pare, sia in fin di vita e la cui eredità potrebbe sistemare per un po’ le finanze della sgangherata famiglia.

Presto però ogni progetto e ogni proposito viene ribaltato: in maniera del tutto inaspettata, la nonna fa la sua comparsa in città, più in forma che mai, con il seguito di maggiordomi e servi. La sua entrata in scena è davvero magnifica e imperiosa. La baboulinka è schietta, burbera, senza peli sulla lingua, una trottola impazzita che il generale e gli altri cercano di contenere senza troppo riuscirci. Ella prende in simpatia Aleksej e si fa accompagnare al casinò, incuriosita. Dapprima molto scettica sul gioco, inizia a puntare alla roulette e in poco tempo ne finisce completamente posseduta. L’entusiasmo e l’incredulità delle prime esorbitanti vincite si sostituiscono presto con la disperazione e l’angoscia: la donna, in preda a un irrefrenabile senso di rivalsa, inizia a perdere denari senza sosta fino ad arrivare a mettere a repentaglio l’intera eredità tanto agognata, scombussolando i piani del generale, ormai preso dal più cupo sconforto, e del resto della famiglia.

Superate le difficoltà sui nomi dei personaggi delle prime pagine (come d’altronde succede spesso nei romanzi russi), la lettura si svolge senza intoppi, le descrizioni sono rare ma curate e i dialoghi sono serrati e molto vivaci. L’intreccio, prima decisamente aggrovigliato, si dipana poi con grande maestria dello scrittore.

Molto spesso il tono passa facilmente dal tragico al comico, mantenendo per tutta la lunghezza del romanzo una vena di sottile e celata ironia verso i personaggi che escogitano di tutto per realizzare  il proprio interesse, spesso e volentieri usando gli altri come mezzi per i propri fini, ma che inesorabilmente naufragano nel loro tentativo.

Anche se scritto di fretta, traspare la magnifica capacità di Dostoevskij nella caratterizzazione dei personaggi che tendono a rivelarsi pian piano lungo tutta la vicenda, facendo trapelare le loro vere intenzioni dalle loro parole e azioni. In definitiva, ognuno agisce per il proprio interesse personale, chi avido di denaro, chi d’amore, chi di rispetto per la propria posizione sociale. Le azioni compiute verso il prossimo difficilmente non hanno un più o meno diretto tornaconto personale.

Abilissimo pittore delle parole, Dostoevskij dipinge un affresco minuzioso del mondo che ruota attorno al gioco d’azzardo. Attorno ai tavoli del casinò si susseguono aristocratici annoiati che giocano solo per diletto, benestanti bramosi di aumentare le loro ricchezze, ladruncoli che cercano di intascare qualche moneta dalle vincite, squattrinati pieni di debiti che tentano la sorte per risollevarsi. Tutti quanti puntano gli occhi sulla roulette, quel disco nero e rosso numerato da 0 a 36, che ruota incessantemente, ove una capricciosa biglia lanciata dal croupier volteggia, rimbalza, sbatte e infine finisce il suo viaggio in una casella generando urla di giubilo e di disperazione, infondendo e sgretolando le speranze dei giocatori.

Il gioco d’azzardo diventa un rapidissimo ascensore sociale, dove il più pezzente di mattina può andarsene con le tasche piene di monete d’oro e d’argento di sera, nel giro di qualche ora il ricco benestante può trovarsi sul lastrico senza accorgersene; si sta come su un’altalena, tra alti e bassi, toccando le stelle per un attimo per poi trovarsi faccia a terra in un batter d’occhio. Attraverso il gioco d’azzardo Dostoevskij rivela le reali qualità dei personaggi: la miseria d’animo, l’ipocrisia, l’opportunismo meschino, la viltà e il cinismo, l’adorazione e la sete di denaro, la vanità del proprio rango sociale e il tentativo di mantenere l’apparenza a tutti i costi. I parassiti sociali che brulicano nelle sale da gioco non hanno nessun talento, abilità o merito, la loro realizzazione sociale non passa attraverso l’impegno e la fatica ma attendono la ribalta passivamente, aspettando e pregando per un improbabile colpo di fortuna, smaniosi di potere giocano d’azzardo con la loro stessa vita divenendone inconsapevoli schiavi. Il riscatto sociale è questione di puro caso.

Inoltre il racconto offre un delizioso spaccato della società borghese e aristocratica dell’epoca: il manipolatore e vanitoso francese, il testardo e altezzoso tedesco, il polacco imbroglione e disonesto, il mite e razionale inglese, l’impulsivo e passionale russo.

Il nostro protagonista Aleksej si trova circondato da questo branco di famelici lupi e dapprima se ne distacca, decantando gli alti valori ormai persi, ma successivamente, imprigionato nella gabbia, ne diventa preda ed infine si trasforma in lupo egli stesso. Sulle prime è scettico sul gioco d’azzardo, reputandolo un vile passatempo. In seguito, obbligato da Polina, inizia a giocare alla roulette per lei gettandosi nel mare dell’azzardo. Una volta entrato nella spirale senza uscita, gioca per se stesso, per migliorare la sua situazione, per diventare ricco e vince. Col passare del tempo però smarrisce ogni ambizione e obiettivo; lo scopo della sua vita diventa il gioco stesso. Oltre ai suoi averi, alla fine perde se stesso. Aleksej si differenzia dagli altri eroi dostoevskijani perchè è in piena caduta libera, abbandona gli alti valori e sacrifica i nobili sentimenti senza possibilità alcuna di riscatto. Egli smarrisce la propria individualità e natura, consumate dal demone del gioco durante il suo lento naufragio.

 

Edizione esaminata:

Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, Einaudi, 2015.