Di Micol Zanaga

Edith Irene Södergran (San Pietroburgo, 4 aprile 1892 – Raviola, 24 giugno 1923), poetessa finlandese appartenente alla minoranza svedofona, è una dei primi e più importanti modernisti nella letteratura di lingua svedese. Debutta a 24 anni con la raccolta Dikter (1916), tuttavia la morte prematura non le permette di raggiungere la fama se non postuma. Le influenze del Simbolismo francese, dell’Espressionismo tedesco e del Futurismo russo sono evidenti nella sua poetica, come anche l’adesione al pensiero di Nietzsche. Nonostante la scarsa accoglienza iniziale da parte della critica, il suo immaginario poetico, il suo stile libero e il suo ritmo ispirano i seguaci del suo indirizzo letterario, tra cui Mare Kandre, Gunnar Harding, Eva Runefelt e Eva Dahlgren.

A quindici anni, Edith Irene Södergran perde il padre a causa di una tubercolosi polmonare, ma della sua morte e del suo rapporto con lui non c’è quasi traccia all’interno delle sue opere. Ad avere un considerevole influsso è invece la relazione con la madre, una donna forte che si addossa la responsabilità del benessere della famiglia. È proprio questo che accende gli ideali femministi di Edith.

Nel 1909 anche lei si ammala di tubercolosi e trascorre un periodo al sanatorio di Nummela. Nel 1912 si trasferisce poi in Svizzera dove viene ricoverata nel sanatorio Davos-Dorf nel 1912, in cura presso il dottor Ludwig von Muralt, per cui sviluppa presto un sentimento amoroso. Il ritorno a casa nel 1914 è penoso e Södergran non desidera altro che far ritorno in Svizzera, desiderio ostacolato prima dallo scoppio della guerra e successivamente dalla Rivoluzione Russa.

Nelle sue poesie, Södergran ritrae la bellezza della vita e lo fa intervallando immagini di beatitudine trascendente e di malinconica rassegnazione. Il suo uso innovativo del verso libero, però, non le permette di essere compresa dalla critica a lei contemporanea. Inoltre, è la prima autrice nella letteratura di lingua svedese ad esprimere una coscienza giovane, moderna, femminile, che non si sottostima nel confronto con le figure maschili.

Sofferenze

Sorella, tu giusta, non salire alle montagne: loro mi ingannarono,
non ebbero nulla da offrire al mio desiderio.
Come ricordo spezzai un ramo di pino,
che ombreggiava la via lussureggiante come una piuma,
e cercai la via di ritorno verso il mare nelle mie vecchie tracce.
Migliaia di giochi ha sfasciato il mare e li ha rigettati nella sabbia –
invano cerco un gioiello che doni splendore alla mia bellezza.
Vieni, siedi accanto a me, ti racconterò delle mie sofferenze,
parleremo tra di noi di segreti.
Tu mi mostrerai la tua bellezza e il tuo modo di guardare
e io ti offrirò il mio silenzio e la mia inclinazione ad ascoltare.

Sorger

Syster, du fagra, gå icke upp i bergen: de bedrogo mig,
de hade ingenting att giva åt min längtan.
Till minne bröt jag en gren av tallen,
som skuggade vägen yppig som en plym,
och sökte mig tillbaka till havet i mina gamla spår.
Tusende leksaker har havet söndrat och kastat upp i sanden –
förgäves söker jag ett smycke som ger min skönhet glans.
Kom, sätt dig ned till mig, jag skall berätta dig om mina sorger,
vi skola tala med varandra om hemligheter.
Du skall visa mig din skönhet och ditt sätt att blicka
och jag skall bjuda dig min tystnad och min vana att lyssna.

(da Dikter, 1916)

 

Amore

La mia anima era un abito azzurro del colore del cielo;
lo lasciai su una scogliera sul mare
e io, nuda, venni da te e simile ad una donna.
E, come una donna, mi sedetti al tuo tavolo
e brindai con del vino e inalai l’odore di alcune rose.
Tu mi trovasti bella e simile a qualcuno che avevi visto in sogno,
Dimenticai tutto, dimenticai la mia infanzia e la mia terra natia,
seppi solo che le tue carezze mi imprigionavano.
E tu ridendo prendesti uno specchio e mi domandasti di guardarmi.
Vidi che le mie spalle erano fatte di polvere e si sgretolavano,
vidi che la mia bellezza era malata e che non avevo altro desiderio che – sparire.
Oh, tienimi stretta tra le tue braccia così vicina che non ho bisogno d’altro.

Kärlek

Min själ var en ljusblå dräkt av himlens färg;
jag lämnade den på en klippa vid havet
och naken kom jag till dig och liknade en kvinna.
Och som en kvinna satt jag vid ditt bord
och drack en skål med vin och andades in doften av några rosor.
Du fann att jag var vacker och liknade något du sett i drömmen,
jag glömde allt, jag glömde min barndom och mitt hemland,
jag visste endast att dina smekningar höllo mig fången.
Och du tog leende en spegel och bad mig se mig själv.
Jag såg att mina skuldror voro gjorda av stoft och smulade sig sönder,
jag såg att min skönhet var sjuk och hade ingen vilja än – försvinna.
O, håll mig sluten i dina armar så fast att jag ingenting behöver.

(da Dikter, 1916)

 

Bibliografia:

SÖDERGRAN, E., Samlade dikter, Modernista, 2019.