Di Linda Salmaso

Definire Ai Weiwei artista è alquanto riduttivo. Nato a Pechino nel 1957, è architetto, designer, regista, ma soprattutto attivista. Figlio del poeta Ai Qing, è considerato dal governo cinese un dissidente tanto da essere stato recluso e perseguitato per lunghi periodi della propria vita.

Il tema della crisi migratoria gli è particolarmente caro, tanto che nel 2017 ha presentato alla 74a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il lungometraggio Human flow. Si tratta di un viaggio, un’odissea cinematografica che documenta – attraverso il medium visuale – la migrazione di massa a cui sono costrette milioni di persone. Non ci sono limiti geografici: il film racconta storie di umanità, in quanto tali universali. È stato girato in ventitré paesi tra cui Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Iraq, Israele, Italia, Kenya, Messico e Turchia, solo per citarne alcuni. Racconta le storie di chi, straniero, si trova spesso gettato in una terra che invece di fargli da madre ed accoglierlo nel suo grembo, troppo spesso rifiuta di offrirgli rifugio e non ha nemmeno la pazienza e la voglia di ascoltarlo nella diversità di cui è messaggero e ambasciatore. È una storia di dolore, di sofferenza, di naufragi interiori e di naufragi tremendamente reali. Una scia che non si cancella al passaggio della nave, ma resta indelebile nella nostra memoria e nella nostra storia. Restano i gommoni, le coperte termiche, i giubbotti salvagente a ricordare l’orrore di certi momenti.

Proprio nell’autunno precedente alla diffusione del docu-film si è svolta a Firenze, più precisamente a Palazzo Strozzi, una retrospettiva dell’artista dal titolo Ai Weiwei. Libero. Il percorso si dipanava tra installazioni monumentali e lavori di più modeste dimensioni, ma il vero punto di forza è stato l’intervento che ha coinvolto la facciata; ventidue gommoni di salvataggio sono stati ancorati alle finestre del palazzo rinascimentale. L’installazione era intitolata Reframe che si potrebbe tradurre con “nuova cornice”, ma a me piace definire “nuovo abbraccio”. L’opera ha suscitato notevoli polemiche da chi, probabilmente, nelle profondità del proprio animo si sente – seppur in minima parte – colpevole e per tale motivo rifiuta di accettare un’opera di denuncia sociale, nello stesso modo in cui rifiuta di guardare negli occhi l’Altro da sé.

È vero, quest’opera è un monito, ma è anche di una delicatezza che oserei definire serica. I fragilissimi gommoni si innestano sulla solida struttura tardo-quattrocentesca così come i migranti innestano se stessi in un ambiente nuovo, ignoto e spesso profondamente ostile.

Interventi simili sono stati proposti dall’artista cinese in giro per tutta Europa. L’opera Safe Passage al Konzerthaus di Berlino, ad esempio, era composta da tremila giubbotti salvagente provenienti dall’isola di Lesbo che andavano a ricoprire le colonne in stile neoclassico dell’edificio.

La tragedia dei migranti che fuggono dalla guerra viene, inoltre, mirabilmente espressa da Ai Weiwei in una fotografia in bianco e nero, commissionata al reporter indiano Rohit Chawla che ritrae l’artista stesso riverso sulla battigia nella medesima posa in cui è stato ritrovato il cadavere di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni il cui corpo naufragato è giunto, cullato e schiaffeggiato dalle onde, su una spiaggia turca il 2 settembre 2015.

Per concludere questo excursus breve ma intenso attraverso l’opera di Ai Weiwei voglio ricordare un progetto dell’artista realizzato presso lo spazio espositivo ZAC – Zisa Arte Contemporanea a Palermo nella primavera-estate del 2017 in occasione della XXXII Assemblea generale di Amnesty International Italia. L’installazione Odyssey occupava una superficie di circa 1000 metri quadrati ed era l’esito di una ricerca portata avanti dall’artista sulle condizioni dei rifugiati nei campi profughi di tutto il mondo. Si tratta di un’analisi, attenta e mai superficiale degli spostamenti di massa degli esseri umani nel corso della storia a partire dalle vicende narrate nel Vecchio Testamento fino alla crisi odierna perché, da sempre, “tutti scorrono”.

Il progetto tocca anche l’esperienza personale dell’artista il quale nel 2016, mentre concepiva l’opera, ha dichiarato:

Ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato, mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota. lontano da casa […] È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava[1]

Io – quell’estate di tre anni fa – ci sono stata a Palermo; ho visitato quell’esposizione; ho pianto di fronte a quello che qualcuno, sicuramente, avrà insensibilmente descritto come un semplice pavimento; ho scattato una foto di fronte alla frase “non sono un ateniese o un greco, sono un cittadino del mondo” che Platone attribuisce a Socrate perché la grande domanda che ci si pone in questo periodo di diaspore è “Dov’è casa?” e si dovrebbe poter rispondere “Ovunque” perché ogni luogo dovrebbe essere un posto accogliente dove “poterci essere”, almeno per un po’.

In fondo, diaspora significa dispersione, ma in particolare dispersione dei semi e questi, ovunque si piantino, generano una pianta con delle radici. Verranno sradicate? Può darsi, ma ricresceranno. Altrove. Esattamente come prima.

 

Note:

[1] Dichiarazione rilasciata dall’artista presso la galleria Jeffrey Deitch di New York nel 2016.

Le foto sono state scattate dalla redattrice dell’articolo, a Palermo nel 2017, presso la ZAC-Zisa Arte Contemporanea e mostrano il progetto Odyssey.